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Il giornale di AMIRE?
Forse un po’ velleitario, ma con un obiettivo ben preciso: fermare la gestione dell’ENPAM, oramai una struttura elefantiaca che sicuramente avvantaggia più gli amministratori che gli amministrati.
Dopo l’ennesima richiesta di accesso agli atti negata - senza spiegare la ratio della mancanza di tale risposta - l’obiettivo è diventare la voce di tutti i medici intellettualmente onesti, persino di quelli che difendono la cassa.
Ma prima illustriamo per sommi capi le anomalie più vistose dell’ENPAM e di chi lo gestisce.
L’ENPAM è la più grande cassa previdenziale privatizzata in Italia.
Conta 373.000 iscritti e 143 mila pensionati.
Gestisce un patrimonio miliardario proveniente dai contributi obbligatori di medici ed odontoiatri - patrimonio che non tiene conto del debito previdenziale bei confronti degli iscritti.
Nelle intenzioni del legislatore, la privatizzazione doveva coniugare autonomia gestionale e responsabilità verso gli iscritti.
Ma a distanza di anni, emergono interrogativi profondi: L’autonomia appartiene ai medici oppure, e soprattutto, agli amministratori?
Il nostro dossier fotografa uno scenario molto discutibile: compensi sproporzionati, governance autoreferenziale, controlli deboli e sacrifici scaricati sugli iscritti.

L’INPS, con i suoi 40 milioni di lavoratori amministrati, è guidato da un presidente, un vicepresidente e un comitato di indirizzo di 24 membri che percepiscono solo un rimborso spese.
ENPAM, per governare 375.000 medici, dispone invece di un consiglio di amministrazione di 16 membri (26 fino al 2015), un’assemblea nazionale di ben 171 componenti e una complessa architettura di organi collegiali.
Questa autonomia si traduce in ampia discrezionalità: investimenti, consulenze, numero di cariche e ammontare degli emolumenti sono decisi all’interno, con impatto diretto sul patrimonio previdenziale degli iscritti. Non sorprende che i critici parlino di un sistema più utile agli amministratori che ai medici.
Nel 2018 il presidente dell’ENPAM percepiva 650.000 euro; nello stesso anno, il Presidente dell’INPS (Boeri) ha percepito 102.790 euro per amministrare le pensioni di 22 milioni di italiani. 0,004 euro per iscritto, contro l’1,73 euro della cassa privata. Il 43.000% in più.
Nel periodo 1992–2018 il compenso del presidente ENPAM è aumentato del 1.769%, quello degli organi statutari del 1.227% e quello dei revisori del 720%, mentre le pensioni erogate crescevano solo del 148%.
Infatti, a differenza delle grandi percentuali viste prima - più simili a delle fluttuazioni economiche globali - gli stipendi del personale sono aumentati del 33%.
Negli ultimi anni l’ENPAM ha aumentato l’età pensionabile da 65 a 68 anni, alzato le aliquote contributive e ridotto i rendimenti. Dal 1999 ad oggi, i contributi versati sono cresciuti del 375%, ma le pensioni sono salite molto meno. La forbice si è allargata: più contributi in entrata, meno prestazioni in uscita.
Entriamo invece nella zona rovente della cassa: il CdA.
In ENPAM ci sono componenti in consiglio da oltre trent’anni. Il presidente Alberto Oliveti è in carica dal 1996, altri consiglieri dal 1989 o dal 2000. Una permanenza così prolungata, in assenza di limiti ai mandati, consolida posizioni di potere difficilmente scalfibili.
La Corte Costituzionale definisce incostituzionali i mandati plurimi (sentenza 173 del 2019)
Tutto condito da un grande spreco di risorse: 1.400 euro a riunione e prassi molto furbe, come fissare incontri nel tardo pomeriggio e concluderli il giorno dopo, generando il diritto a due gettoni.
Così, tra diarie e rimborsi, nel 2018 la spesa per i revisori è salita a oltre 820.000 euro annui.
Pur avendo un sistema di vigilanza abbastanza articolato le anomalie passano inosservate. Nel 2018, infatti, il presidente del collegio dei revisori – nominato dal Ministero del Lavoro – ha percepito oltre 215.000 euro dall’ENPAM. Al contempo, un magistrato della Corte dei Conti presiede il Comitato di Controllo interno dell’ente. Un evidente cortocircuito “controllore-controllato” che solleva interrogativi sulla reale indipendenza degli organi.
Per legittimare l’aumento dei compensi, nel 2013 l’ENPAM commissionò uno studio alla società Spencer Stuart. Le conclusioni, però, non giustificavano le cifre milionarie: a differenza delle SGR e delle società finanziarie, le casse di previdenza hanno entrate garantite e rischi limitati. Non soddisfatti, i vertici commissionarono un nuovo studio, questa volta ad ECGONZEHNDE, che invece arrivò a paragonare ENPAM a società di asset management, aprendo così la strada a una narrazione più favorevole.
Nemmeno a dirlo, il costo degli studi, fu completamente a carico degli iscritti.
La domanda resta aperta: può un sistema previdenziale basato su contributi obbligatori dei professionisti convivere con un modello gestionale che avvantaggia chi lo amministra più di chi lo finanzia? La questione non è solo tecnica, ma politica. In gioco c’è il futuro di centinaia di migliaia di medici e di milioni di pazienti.
*i dati sono fermi al 2018, malgrado ufficialmente richiesti da AMIRE, non sono stati comunicati

